Mistfen

About

Mistfen è un paese immaginario, situato da qualche parte nel Derbyshire inglese dei primi anni ‘90.

Sono gli anni del Black Wednesday, il Mercoledì Nero del 1992 in cui la sterlina subisce una repentina svalutazione. Gli anni in cui il peso delle politiche Thatcheriane continua a gravare sulla schiena dell’Inghilterra: chiusura massiccia delle miniere, crollo del settore metallurgico, perdita delle manifatture, esplosione di precarietà.

In mezzo a tutto questo, Mistfen – sorprendentemente – resiste.

Le fabbriche delle città vicine hanno chiuso, i pub hanno perso luce e le famiglie se ne sono andate, ma Mistfen non si arrende. Un po’ per fortuna, un po’ per testardaggine, un po’ perché qui la gente si conosce da sempre. È un posto dove la vita scorre placida, immune agli stravolgimenti del mondo circostante — o almeno, così si ripete da generazioni.

Al margine orientale del paese, vicino ai binari ormai semiabbandonati, la Sykes Machinery ha attraversato la crisi e, da grande industria di componenti del settore minerario, si è trasformata in una piccola azienda produttrice di macchinari agricoli, continuando a dare lavoro alla maggior parte degli operai della città.

Il centro ha ancora la High Street piena di gente il sabato mattina, il mercato del mercoledì, i caffè con la moquette che odora di burro e pioggia. Le terraced houses di Fen Rows si allineano ordinate come sempre, piene di famiglie operaie che non sono ricche ma non si sentono povere, e nella scuola di St. Mary’s, fino a poco tempo fa, risuonavano ancora le risate di grandi e piccoli.

Al centro della città, ritta e avviluppata su sé stessa come una sfida al cielo, si erge la guglia a spirale della Chiesa di Santa Vittoria. Dall’altra parte, verso le colline più dolci circondate dai campi, fanno da sfondo le villette ordinate della Westbrook Lane, il quartiere residenziale dei benestanti. E infine più in alto, tra gli alberi, il convento di Santa Edda. Un luogo antico,  che Mistfen guarda con un misto di timore e rispetto.

Mistfen è un posto che crede profondamente nella propria identità. Forse è per questo che chi arriva da fuori fa sempre un po’ fatica. Gli irlandesi che lavorano alla fabbrica sono guardati con diffidenza, i pochi rifugiati arrivati dall’est dell’Europa vengono accolti con un sorriso rigido, come se qualcuno avesse tirato un filo troppo teso tra educazione e sospetto. Non c’è violenza, non c’è ostilità aperta: solo quella chiusura gentile e impenetrabile che Mistfen chiama “proteggere la comunità”.

Quando l’incendio ha distrutto le elementari, qualcosa nel tessuto sociale cittadino si è assieme contratto e allentato: sebbene la comunità si sia unita nella rabbia e nello sgomento, il sudario di silenzio che ha avvolto il cordoglio dei singoli ha in qualche maniera disgregato la vita comune -una battuta d’arresto, un inciampo nella routine di una città che ha sempre fatto della resistenza la propria bandiera. Ora, parvenze di quotidianità si stanno lentamente ricostruendo, tese sui vuoti lasciati dalle troppe scomparse: bambini, docenti, personale ausiliario che si affacciano dalle mille foto, fiori e pupazzi lasciati sulle macerie della scuola bruciata. Ormai è passato quasi un anno: è tempo di andare avanti.